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Lacantinadelnecchi
2 marzo 2011
Trattoria "Il Cucco"

Presso la Trattoria "Il Cucco" a Langasco di Campomorone (ge)

 

Serata dello Stock     Giovedi 03 marzo 2011

Risotto ai frutti di mare

Stock al verde alla ligure

Dolce e caffè

1 bottiglia della casa ogni 3 persone                                       25€

 

Serata del marinaio   Venerdi 04 marzo 2011

Antipasto di mare caldo

Taglierini al cartoccio

Orata con pomodorini

insalata mista

dolce

caffè

1 Bottiglia della casa ogni 3 persone                                      30€

 

Campomorone- Via Pizzorni 21-23r 010/793278  oppure 3405793401

 

SOCIETA'
15 febbraio 2011
La supercazzola post mortem...

"Il nonno riusciva a farci ridere sempre: "L'unico dispiacere è essere andato prima del Berlusca"". Il singolare necrologio, con citazione del defunto sul premier e scritto in dialetto, è apparso sui muri di un paesino nel Pavese e sta 'girando' su Facebook. Il manifesto è firmato da moglie, figli, nipoti e altri familiari dell'ottantenne, il cui funerale si è svolto due giorni fa nella chiesa parrocchiale della Certosa di Pavia.
 

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3 dicembre 2010
LEUKOTEA

Il vino che consiglio oggi si chiama Leukotéa. E' pressochè sconosciuto e per questo mi ha incuriosito.

Un Vino bianco, ottimo con i pesci, discretamente corposo. Il Leukotea nasce dall'unione dei vitigni Vermentino, Albarola, Greco, Malvasia di Candia, da sempre coltivati nei colli di Luni.

La ditta produttrice è la Cantina Lunae Bosoni di Ortonovo (SP) che da anni è all'eccellenza nella produzione di vini, liguri e non solo.

Il gusto è fruttato leggermente sull' "abboccabile", non ha quell'asprigno che caratterizza molti vini.

Prezzo d'acquisto: 7,90 presso l' enoteca "fra Tap" di Busalla (o Raffo vini di Teglia)

Lo consiglio spassionatamente, un buon vinello, che "scaccia li pensieri" come disse Mastro Titta nel "Rugantino"




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3 dicembre 2010
A NOI....

 

che stiamo in fondo alla campagna

che la spesa la facciamo sul mercato

che alla frutta “leviamo il guasto”

che non si butta via nulla

che possiamo fare a meno del cellulare

che il suv, jeep, e mercedes sono macchinoni che bevono

che la legna la tagliamo per risparmiare sul riscaldamento

che i funghi li raccogliamo ancora

che abbiamo l'orto sotto casa

che le braghe sono ancora buone

che le scarpe sono ancora buone

che il vino bianco lo vogliamo buono

che il vin bianco senza etichetta, magari è meglio

che il gambero di Santa margherita o Rosso di sicilia ... “l'è tutto pesciu”

che aspettiamo i saldi per non farci imbrogliare

che le braghe o le “miande” se non sono CK o D&G fa lo stesso

che Francia o Spagna purchè se magna

che “maniman”

che domani è un altro giorno

che “dammi un'altro bianco e vaffanculo al mondo”

che “mi fa un caffè con lo schiumino?” “ma non ce n'è altri bar dove andare a sussare il belino?”


 


 

A noi, che siamo tutto questo, la crisi non può che farci una sega...


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1 dicembre 2010
Un grande tra i grandi.

 

“Ed ora levatevi dai coglioni, che devo morire!” (Guido Perozzi, Amici Miei II°)

6 giugno 2009, una giornata indimenticabile.

Il programma era questo: scappatina a Firenze, appuntamento per il funerale e foto con autografo del maestro Monicelli, o meglio, del signor Monicelli.Il funerale in questione era quello del Perozzi: non un funerale vero, ma una rievocazione del funerale a distanza di 35 anni dalla scomparsa. Per chi non lo conoscesse, Guido Perozzi, prematuramente scomparso, nel 1975 era uno dei protagonisti del film “Amici Miei” per la regia di Mario Monicelli. Come disse Rambaldo Melandri, uno degli amici più fedeli, in quell'occasione: “come vorrei che venisse fuori un funeralone da fargli pigliare un colpo a tutt' e due quelli: migliaia di persone, tutte a piangere, e corone, telegrammi, bande, bandiere, puttane, militari...”

E noi eravamo presenti, a centinaia per commemorare il Perozzi e di funeralone si trattò: ci furono tutti gli amici più fidati e banda, puttane, militari e noi, amici a distanza, amici di celluloide. Poco importa se il maestro, per motivi di salute, non venne, in fondo la sua presenza poteva ritenersi superflua: era riuscito a riunire decine di fedelissimi a commemorare un amico che non è mai esistito , ma che tutti abbiamo in qualche modo avuto. Ed in fondo anche la sua assenza poteva trattarsi di una “zingarata”, uno scherzo beffardo com'era lo stile dei protagonisti.  La sua presenza si avvertiva comunque: nelle riprese, (perchè di cortometraggio si trattava), negli attori, nel messaggio registrato di saluto che ha voluto inviare ai partecipanti e nello spirito goliardico della giornata. Tutti a festeggiare il Perozzi o forse a festeggiare il Maestro.

Il suo estremo gesto lo rappresenta al meglio come uno dei suoi personaggi dei film: da Jacovacci e Busacca (la grande guerra), Brancaleone o appunto il Perozzi, che in punto di morte volle fare la “supercazzola” al parroco e morire col sorriso. Ha scelto il suicidio, perchè come già ammise in un'intervista “la vita dev'essere degna di essere vissuta, altrimenti è meglio farla finita”. E sicuramente avrà trovato il modo anche di sorridere, un istante prima di morire.

Ciao Mario, ora sei grande tra i grandi.

POLITICA
6 novembre 2010
Giovanni LEONE

 La signora Luisa Carrè mi scrive da Roma: “Lei che prende in giro anche il presidente Leone...”.

No, cara signora, il Presidente Leone non l'ho mai preso in giro per il semplice motivo ch'egli ha la buona abitudine di farlo da sé. Vuol saperne una?Giorni fa invitò i diplomatici stranieri ad una caccia al cinghiale. In tutti, dopo molta fatica, ne uccisero tre. Leone commentò: “Come anfitrione, dovrei scusarmi della povertà della selvaggina. Come amico dei cinghiali, me ne compiaccio. Comunque, seguirò la prassi in uso nel nostro Paese: nominerò una commissione di studio per appurare se sono i cani che hanno disimparato il proprio mestiere, o se sono i cinghiali che hanno imparato il loro. Dopodichè passerò i dati al solito sociologo che ne trarrà materia per una monografia di qualche centinaio di pagine. Così nessuno ne capirà niente, e tutto resterà come prima”.Signora mia, un simile Presidente come si fa a prenderlo in giro?                                                                                             Indro Montanelli (1972)

La figura di Leone, al di là dell'ironia di Montanelli e degli altri giornalisti dell'epoca è stata scelta tra le tanti come simbolo dell'inadeguatezza e della mancanza di prontezza dell'Italia. Il personaggio, sotto il profilo personale e morale fu attaccato da certa stampa e dalla sinistra, ma soprattutto il suo nome entrò nello scandalo Lockeed, ma non se ne appurò mai la verità.

Sotto il profilo politico, però, non si discute: insigne giurista allievo di De Nicola, libero da correnti, al di sopra delle parti e sopratutto uomo delle istituzioni: per ben due volte, infatti, nel 1963 e nel 1968, formò governi di transizione (detti balneari, visti i periodi di durata) per acconsentire ad altre personalità del suo partito, di lavorare ad una coalizione più ampia e duratura. Non sempre fu, però contraccambiato nei favori: Moro non lo appoggiò, infatti, nel 1964 per il Quirinale, e per raggiungere il Colle, la volta successiva, ci vollero 23 scrutini e l'appoggio del MSI. Correva l'anno 1971 e il terrorismo era un'eredità degli anni sessanta che da lì a poco sarebbe esploso con più rabbia, caratterizzando il suo settennato.

Fu, se vogliamo, la risposta dello Stato all'attacco eversivo che stava giungendo da più parti e Giovanni Leone, con il suo buonumore e la sua simpatica cialtroneria, non fu la figura più adatta a ricoprire il ruolo. Il Paese credeva più in Moro o Fanfani che in Leone e Andreotti.

 Furono anni difficili contraddistinti dalla grave crisi economica e dal terrorismo che non a caso colpirà il cuore dello Stato sequestrando e uccidendo Moro proprio sul finire del mandato presidenziale.


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CULTURA
1 novembre 2010
Bollettino della Vittoria

Comando Supremo,, 4 novembre 1918. ore 12.

La guerra contro l'Austria-Ungheria che, sotto l'alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l'Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta.

La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatré divisioni austroungariche, è finita.


La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d'Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l'irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente.

Nella pianura, S.A.R. il Duca d'Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute.

L'Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell'accanita resistenza dei primi giorni e nell'inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni.

I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.

Il capo di stato maggiore dell'esercito, il generale Diaz
 

ECONOMIA
31 ottobre 2010
Keynes addio...

Dice un vecchio detto keynesiano che tagliare la spesa pubblica in un momento di ristagno del ciclo è un grave errore, perché deprime la domanda e rallenta ulteriormente le attività economiche. E’ la via seguita da mister Obama, e tutto fa pensare gli costerà cara alle elezioni del Midterm. E’ la via che esagitati alla Paul Krugman vorrebbero seguire ancor più di quanto non sia avvenuto in America. Ed è la via che in Italia è sempre andata per la maggiore, con la differenza che noi l’abbiamo applicata sia negli anni di recessione sia negli anni di crescita.

Cioè praticamente sempre, visto che nell’intera serie storica dell’Italia repubblicana in tre soli anni è avvenuta una diminuzione della spesa pubblica in termini reali. Senonché, la buona notizia per i liberisti-mercatisti impenitenti come chi qui scrive, è che finalmente abbiamo le prove che il vecchio adagio keynesiano non vale più. Non ho detto che non vale mai, perché sarebbe una sciocchezza ideologica e grazie al cielo qui abbiamo tanti difetti ma dell’ideologia cerchiamo di fare a meno. Diciamo che l’evidenza di una riclassificazione degli episodi di crisi degli ultimi decenni nei paesi avanzati – curata per esempio da economisti come Alberto Alesina – nonché andamenti in corso oggi in alcuni Paesi, provano finalmente in maniera chiara che è una solenne sciocchezza, non tagliare il deficit pubblico quando le cose vanno male. Ad alcune condizioni.

Nei Paesi ad alto deficit e debito pubblico, e in quelli ad alta intermediazione pubblica del reddito nazionale cioè ad alta spesa pubblica e pressione fiscale, quando l’economia va male un taglio energico alla spesa pubblica non produce effetti depressivi, ma tonificanti. A patto che sussistano almeno tre condizioni aggiuntive. La prima è che l’economia privata abbia una buona componente orientata all’export di beni e servizi. La seconda è che i tagli siano – cioè appaiano agli operatori economici – come duraturi. La terza è che i contribuenti non sentano puzza di ipocrisia da parte della politica, non pensino cioè che quel che all’inizio si presenta come taglio diventerà domani aumento delle tasse.

A onor del vero, per essere corretti sino in fondo bisogna dire che questa conclusione non smentisce solo Keynes, ma anche un fondamento della teoria detta delle aspettative razionali, e cioè il principio di equivalenza ricardiana (anzi equivalenza Ricardo-Barro, per gli addetti) per il quale la scelta della politica di finanziare la spesa attraverso il debito o le tasse non avrebbe effetti sul livello della domanda.

Qual è l’ultima conferma evidente che impugnare la scure contro il leviatano pubblico è un bene? Viene dal Regno Unito. Dopo un’ottima crescita dell’1,2% del Pil nel secondo trimestre 2010, i più si aspettavano una frenata drastica nel terzo, in considerazione dei tagli energici alla spesa pubblica che tutti immaginavano sarebbero stati varati dal governo guidato da David Cameron. Al contrario, nel terzo trimestre la crescita si è rivelata più che doppia delle attese, dello 0,8%. Il ritmo superiore al 2% annuo in due trimestri consecutivi e del 2,8% sull’anno precedente è il migliore del Regno Unito da 10 anni a questa parte. Eppure, il governo Cameron ha varato la più dura manovra taglia deficit dell’intero dopoguerra britannico. Con il deficit pubblico che scenderà dall’11% di Pil quest’anno al 2%, entro soli 4 anni: ben 94 miliardi di euro di tagli alla spesa, 32 miliardi di nuove entrate. In media, ogni ministero subisce un taglio del 19%, ma la logica non è quella lineare adottata in Italia. Il governo Cameron sceglie le sue priorità. Dunque non è vero che le riduzioni in termini reali di spesa pubblica non si possono fare. Non è vero che, facendole, non si debba scegliere che cosa tagliare tantissimo e che cosa tagliare comunque, ma meno o anche per nulla.  L’età pensionabile viene innalzata di 2 anni da 64 a 66 a cominciare dal 2020, cioè 6 anni prima di quanto previsto, e 30 miliardi di pounds sono riservati a un piano straordinario per le infrastrutture , soprattutto ferroviarie. Ben 490 mila dipendenti pubblici usciranno dal perimetro degli occupati pagati dal contribuente britannico. Ci pensate, a qualcosa di simile in Italia? Non c’è solo la Germania, a indicare la via della crescita nel rigore attraverso l’alta produttività della manifattura e dell’export. Il segnale che viene da Londra è di grande speranza. Debiti pubblici galoppanti e banche centrali che li monetizzano sono un mix disastroso, che alla lunga malgrado le illusioni stataliste porta alla sconfitta politica, oltre che alla stagnazione economica. (O.Giannino)


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finanza
11 ottobre 2010
Contrordine compagni!

Nel 2010 le Province in Italia raggiungevano il numero di 110; tra queste ve ne erano due autonome (Trento e Bolzano) mentre in Valle d’Aosta le funzioni tipiche della Provincia vengono svolte dall’amministrazione regionale. Il loro numero è però continuamente aumentato e dal 1992 ne sono state istituite altre quindici.

Dunque, non solo i governi che si sono succeduti non hanno provveduto all’eli­minazione delle Province, ma ne hanno fatto aumentare il numero. E questo sia per opera di partiti, come la Lega Nord, che sono sempre e coerentemente stati contrari alla riforma del livello provinciale, sia per scelta (o ignavia) di chi pubblicamente sosteneva il contrario. Questo meccanismo perverso può essere spiegato forse con la resistenza delle lobby locali, che molto spesso vogliono un livello più vicino al territorio per cercare di avere maggiore influen­za nelle scelte locali. Perché, cioè, credono in questo modo di poter gestire ingenti voci di spesa.

La domanda allora è la seguente: abolire le province farebbe davvero risparmiare solo 100-200 milioni di euro come ha indicato il ministro dell’Economia Giulio Tremonti? Secondo l’Istituto Bruno Leoni, il risparmio sarebbe di almeno dieci volte tanto.

Il solo costo politico delle pro­vince era di circa 115 milioni di euro nel 2004, saliti a 135 milioni nel 2010. Dun­que, se il livello provinciale fosse tagliato (come peraltro prevedeva il program­ma del Popolo della Libertà alle elezioni politiche 2008), si otterrebbe una riduzione secca della spesa dell’ordine di grandezza indicato dal ministro. Ma c’è dell’altro. O meglio, questa è solo una parte dei risparmi che si potrebbero ottenere dall’abolizione delle province. Infatti, le spese di controllo e amministrazione ammontano a quasi 4 miliardi di euro, di cui poco più di 2 di costo per il personale. Assumendo di riallocare tutti i dipendenti in conseguenza dell’abolizione delle province (ma sapendo che, almeno nel lungo termine, il numero dei dipendenti pubblici potrebbe essere strutturalmente ridotto), si può stimare un risparmio dell’ordine dei 2 miliardi di euro.

Vi invitiamo a leggere il Focus “Quanto costano le Province” di Andrea Giuricin.

(tratto da l'occidentale dell' 8 ottobre 2010 di Pietro Moroni)

6 settembre 2010
La Proprietà privata è un diritto naturale

In occasione della visita di Benedetto XVI a Carpineto Romano per ricordare il bicentenario della noscita di Leone XII vorrei ricordare un passaggio saliente della Rerum Novarum:

 "Ciò riesce più evidente se si penetra maggiormente nell'umana natura. Per la sterminata ampiezza del suo conoscimento, che abbraccia, oltre il presente, anche l'avvenire, e per la sua libertà, l'uomo sotto la legge eterna e la provvidenza universale di Dio, è provvidenza a sé stesso. Egli deve dunque poter scegliere i mezzi che giudica più propri al mantenimento della sua vita, non solo per il momento che passa, ma per il tempo futuro. Ciò vale quanto dire che, oltre il dominio dei frutti che dà la terra, spetta all'uomo la proprietà della terra stessa, dal cui seno fecondo deve essergli somministrato il necessario ai suoi bisogni futuri. Giacché i bisogni dell'uomo hanno, per così dire, una vicenda di perpetui ritorni e, soddisfatti oggi, rinascono domani. Pertanto la natura deve aver dato all'uomo il diritto a beni stabili e perenni, proporzionati alla perennità del soccorso di cui egli abbisogna, beni che può somministrargli solamente la terra, con la sua inesauribile fecondità. Non v'è ragione di ricorrere alla provvidenza dello Stato perché l'uomo è anteriore alto Stato: quindi prima che si formasse il civile consorzio egli dovette aver da natura il diritto di provvedere a sé stesso"

 

Leone XIII, Rerum Novarum (1891)

 

 




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